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Mercoledì 28 Luglio 2005
Fotografato negli abissi del Pacifico
il primo calamaro gigante vivente

Due ricercatori giapponesi sono riusciti nell'impresa utilizzando
un'esca e una macchina fotografica: un mostro lungo 8 metri ha abboccato
Finora erano stati trovati solo esemplari morti o spiaggiati
Recuperato un pezzo di tentacolo: servirà per ulteriori studi
di ELENA DUSI

Uomo e calamaro gigante alla fine si sono incontrati. Il primo mostro marino catturato - vivo - dal nostro occhio è un membro della specie Architeuthis lungo otto metri. Stava cacciando a 900 metri di profondità quando gli obiettivi di una macchina fotografica lo hanno immortalato. Hanno visto i suoi tentacoli abbrancare la preda, il suo corpo avvolgerla e succhiarla. In superficie intanto due ricercatori giapponesi del National science museum di Tokyo, Tsunemi Kubodera e Kyoichi Mori esultavano per il successo.
Finora gli unici esemplari di calamaro gigante erano stati ripescati, morti, quando delle circostanze casuali li avevano sollevati dagli abissi. Impigliati nelle reti dei pescherecci o spiaggiati sulle coste, avevano scatenato la fantasia dei biologi, con l'esemplare più grande che raggiungeva i diciotto metri di cui dodici di tentacoli.
Kubodera e Kyoichi hanno fotografato il calamaro gigante il 30 settembre 2004 nei mari del Pacifico del Nord non lontano dalle coste del Giappone. Raccontano i particolari del loro incontro nella rivista Proceedings B of the Royal Society. Sono partiti inseguendo i capodogli, che sono ghiotti di calamari e da settembre a dicembre organizzano delle partite di caccia al largo delle isola Ogasawara. Arrivati al punto giusto con la nave, i due biologi marini hanno calato nel mare più nero, freddo e profondo possibile un'esca e una macchina fotografica legata a un cavo puntata sull'esca. Ed ecco che il mostro si è presentato all'appuntamento. "La caratteristica più impressionante del calamaro gigante - raccontano - è il paio di tentacoli lunghissimi che usa per afferrare la preda. Da soli costituiscono i due terzi della lunghezza del corpo, e si distinguono nettamente dagli altri otto tentacoli più corti". L'impeto con cui il mostro ha abbrancato l'esca e la voracità con cui l'ha ingurgitata hanno stupito gli stessi ricercatori, che non si aspettavano un essere così famelico e un predatore così attivo.
A Tokyo Kubodera e Kyoichi sono tornati con un frammento di tentacolo che era rimasto impigliato all'amo con l'esca. Sollevato fino al ponte della nave, continuava ancora a muoversi e avvolgersi con le ventose intorno agli oggetti che toccava, incluse le braccia dei marinai. Le sue cellule serviranno ora a caratterizzare meglio la specie, capire a quale famiglia esattamente appartiene e sequenziarne il codice genetico.
Il successo della spedizione arriva dopo un decennio di ricerche inutili. Tra il 1996 e il '99 in particolare Stati Uniti e Nuova Zelanda avevano speso tempo e risorse per dare la caccia al mostro marino. Salvo poi ritirare il guanto della sfida senza risultato alcuno e lasciare l'onore del primo faccia a faccia agli esperti biologi giapponesi.

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Fonte: www.repubblica.it

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