Rivista AQVA Maggio 2006 n° 219
Se il mulino è in fondo al lago
Facciamolo strano/Abruzzo
Pinneggiando a Capo D'Acqua, un
invaso del fiume Tirino in provincia dell'Aquila, tra
resti medioevali ed acqua purissima. E poi a spasso tra
pianure, monti e rocche sperdute.
Testo
di Daiana Nadal
Foto
Di Davide Vezzaro
C'è un lago all'interno del Parco Nazionale del Gran Sasso che si chiama
Capo d'Acqua, è immerso in una natura incontaminata in
una zona archeologica molto interessante. Uno su tutti
il Guerriero di Capestrano, rinvenuto nel 1934 in un
vigneto di quella vicina città e rappresenta uno dei più
grandi misteri archeologici di tutti i tempi, un
monumento scultoreo alto più di due metri, ricavato da
un unico blocco di pietra ed esempio più significativo
del livello artistico raggiunto dai Piceni nella
statuaria.
Il lago, che è privato, era nato
nella seconda metà degli anni '60 come riserva idrica
per l'irrigazione dei terreni circostanti; oggi è
utilizzato anche dall'ENEL per alimentare una centrale
idroelettrica ed è alimentato da molte sorgenti in
superficie e altrettante sommerse che in origine,
unendosi, formavano il fiume Tirino. In prossimità di
questi corsi d'acqua sono stati realizzati, pressappoco
in età medioevale, due mulini e un colorificio. Oggi
l'edificio del colorificio è ancora visibile in
superficie, mentre i due mulini si trovano sommersi, in
buono stato di conservazione.
E i due mulini e l'invaso che ha acqua pulitissima e una grande visibilità
(40 metri) sono diventati un'attrazione per i subacquei:
anche perchè la profondità è accessibile, non superando
i -10 metri. Insomma, la zona vale una visita anche
perchè offre moltissime altre attrattive, fuori
dell'acqua.
Incomincia il sogno
Accediamo al lago con facilità
dalla strada, dove parcheggiamo l’automobile; qualche
metro con l’attrezzatura a spalla e valichiamo un
passaggio attraversa le fronde per accedere direttamente
allo specchio d’acqua; affioranti la superficie, i resti
di parte delle mura di uno dei due vecchi mulini.
L’Acqua è limpidissima, una lunga pinneggiata e sembra
di navigare nel Medioevo, di vivere un sogno. La
visibilità è ottima, lo notiamo già al momento che
poniamo lo sguardo sott’acqua; pinneggiando in
superficie fino a raggiungere la metà del lago; le
dimensioni sono cosi minute che sembra quasi che la riva
ci segua mentre avanziamo. Lentamente scorgiamo la prima
parte del muroche scompare lungo il fondoe che
rappresenta la nostra guida verso la prima struttura; ci
immergiamo e raggiungiamo il fondo in pochi metri
d’acqua, dove facciamo bene attenzione a non muoverci
violentemente per non creare sospensione e procediamo
verso l’altra parte del lago; raggiungiamo rapidamente i
primi archi del mulino, siamo soltanto in due ad
apprezzare lo spettacolo che si apre davanti a noi.
Esploriamo poi la zona più a nord-est, nei pressi del
vecchio colorificio: incontriamo ceppi sparsi di
vegetazione, che dal fondo salgono maestosi, fino quasi
a raggiungere la superficie. Sembra di essere immersi in
un immenso giardino di verde lucente; lo scenario è
particolarmente suggestivo e si estende su un perimetro
molto vasto.
Il mulino sommerso
Raggiungiamo il cuore del laghetto, in direzione del
mulino, che è il più integro, anche se mancano le pale.
Però ci sono passaggi, scorci, archi e altre strutture
architettoniche che sono molto suggestive, sia da vedere
sia da fotografare. E il bello è che lo sfondo è azzurro
e non verdastro come nella maggior parte dei laghi.
Esploriamo il mulino, notiamo una vasca di contenimento
dell’acqua, mentre alcuni tronchi d’albero levigati
dalle correnti si alzano dal fondo assieme alle antiche
mura, aumentando la stranezza del luogo. Le pareti
arrivano quasi a lambire la superficie.
Uno spettacolo che avvince: e che termina quando il
freddo ci costringe a risalire (l’acqua non supera i
7°). Lasciamo il lago procediamo verso nord e risaliamo
parte del fiume Tirino che proviene dal Gran Sasso, dal
sistema acquifero di Campo Imperatore e che dopo un
percorso carsico di 25 Km fuoriesce a valle. L’assenza
di affluenti permette alle sue acque di rimanere sempre
incredibilmente limpide. Il corso d’acqua ospita trote
fario ed esemplari di gambero d’acqua dolce piuttosto
raro. Possibile inoltre incontrare, fuori dall’acqua
aironi e gallinelle di fiume, salici cinerini, bianchi
ed il ginepro rosso. E poi ci sono le pianure, monti e
rocche sperdute. La più rappresentativa è la Rocca
Calascio (1460 s.l.m.) che con i suoi quasi 1500 metri
di altitudine è il castello più alto d’Italia e fra i
più elevati d’Europa, oltre che uno dei più antichi
centri abitati dall’uomo in Abruzzo.
Il maschio centrale di forma quadrata, oggi parzialmente
scapitozzato, sembra essere stato una torre
d’avvistamento altomedievale, se non addirittura romana.
L’ingresso è posto a circa 5 metri da terra. Attorno ad
esso si è sviluppata una cinta muraria quadrata dotata
di singolari torrioni circolari ad ogni angolo,
fortemente scarpati ma privi di apparato difensivo a
sporgere. La Rocca è collegata al borgo da un ponte in
legno, un tempo retrattile.
Tra i resti della Rocca
Le grigie case si arrampicano ai piedi delle rovine
sulla cima di un monte, alle falde del quale si adagia
il paese di Balascio (fino a circa 1300 m.), capoluogo
del Comune omonimo del quale Rocca Balascio costituisce
una frazione. Le casette non si dispongono tutto intorno
alla cima di un monte a formare un tipico centro di
cocuzzolo, ma si raggruppano sul versante volto a
mezzogiorno, in cerca di sole.
La parte alta è disabitata dagli ultimi anni ’50, anche
se ultimamente qualche casa è stata restaurata e in una
di queste oggi possiamo trovare un
rifugio-ristorante-ostello. La grande maggioranza degli
abitanti di Rocca Balascio emigrò in America, poi in
Francia, e , dentro i confini del Regno, in Puglia;
altri si sono trasferiti in L’Aquila, e altri ancora
sono scesi a Calascio.
Anche il castello è stato oggetto di restauri e
consolidamenti, tanto che oggi è pienamente e
gratuitamente fruibile. Molti di voi lo ricorderanno
come il castello diroccato nel film Lady Hawk (1985).
Torniamo dalla visita alla Rocca Calascio per
raggiungere Capestrano, situato su una collina a 500 m
d’altezza che si affaccia sulla valle del Tirino ed è –
come si è detto in apertura – il luogo di ritrovamento
del guerriero, che ora è al museo di Chieti. C’è un
importante castello che sorge proprio a fianco della
piazza, il Castello di Piccolomini risalente a metà del
1400. Una struttura suggestiva, modificata rispetto al
suo aspetto originario in seguito al restauro avvenuto
nel 1924, durante il quale diversi particolari del
castello sono stati modificati. Non ostante i
cambiamenti, il castello mantiene tutto il suo fascino.
Poco distante, il piccolo paese di Ofena. Non dite agli
abitanti (500) che lo ricordate perché li abita quell’Adel
Smit che ingaggiò con lo Stato la discutibile battaglia
per il crocifisso a scuola. Si offenderebbero, a
ragione. Non dite loro che il “guerriero” da quelle
parti ritrovato è di “Capestrano”: perché vi
spiegheranno che l’unico centro dei Vestini, antiche
popolazioni del luogo alla cui opera probabilmente la
statua risale, di cui si abbiano notizie certe è
Aufinium (Ofena). Aufinium era preesistente al
Guerriero, mentre Capestrano è sorto la bellezza di 2000
anni dopo.
Il perimetro abitativo si estendeva dalle sorgenti del
lago di Presciano, a Capo d’Acqua e S. Pelagia. Quindi,
anche la necropoli di Capestrano (VI sec. A.C.)
«appartiene senza ombra di dubbio ad Aufinium, municipio
romano, che deve rivendicarne il diritto e non a
Capestrano che è paese di nascita medioevale.». Dite
cosi e gli abitanti di Ofena vi diverranno amicissimi.
Davide Vezzaro e Daiana Nadal
Fonte:
Rivista "AQVA" Maggio 2006 n° 219